Presentazione del Referto sul sistema universitario della Corte dei conti

 

Un caloroso e cordiale saluto al Presidente della Corte Martucci di Scarfizzi, al Presidente delle Sezioni Riunite Buscema, al Relatore Cons. Palomba, al presidente della Crui, a tutte le Ospiti e gli Ospiti.

Questo lavoro di ricognizione effettuato dalla Corte giunge in un momento importante. Costituisce per noi, infatti, una serie di considerazioni e di dati che si accoppiano idealmente con la riflessione politica condotta dal Miur con Organi e stakeholders lo scorso 10 novembre.

Leggo con piacere che il referto pone l'accento su tutta una serie di elementi di fatto nella storia universitaria degli ultimi tempi che corrispondono pressoché esattamente alla diagnosi da me fatta due settimane fa.

Il dato cruciale è che si tratta della prima ricognizione complessiva dopo l'approvazione della legge 240/2010. Una ricognizione ovviamente molto autorevole di cui dobbiamo immediatamente, vorrei dire, tener conto.

Emergono criticità indubbie da un lato, ma anche fattori positivi di bilancio. Per le prime si sottolineano giustamente le ben note questioni finanziarie con le conseguenti contrazioni del personale docente e tecnico-amministrativo. Per le seconde gli indubbi benefici e ricadute delle procedure di valutazione che hanno segnato un mutamento epocale degli indirizzi di policy degli Atenei.

A questo punto vorrei sottolineare alcuni spunti politici del Referto e segnalare infine le linee di azione che il Governo e il mio Ministero in particolare stanno perseguendo. Anche in sede di legge di bilancio 2018. Ne emerge se non erro un quadro assolutamente coerente con le linee che la Corte ci indica oggi.

Mi sembra molto positiva la segnalazione che fa il referto nei confronti dell'apertura verso l’esterno degli Atenei con i CDA che prevedono la partecipazione di membri esterni all’Ateneo. E la solida capacità di trainare finanziamenti esterni. È un dato di salute e capacità anche imprenditoriali delle nostre università. 

Il crescente numero di partecipazioni in associazioni, fondazioni, consorzi e società di capitali potrebbe essere sintomatico della necessità da parte degli Atenei di disporre di margini di flessibilità amministrativa, non fruibili all’interno del rigido sistema di norme di carattere pubblicistico valido per la generalità delle PA, ma solo parzialmente adattabile per organizzazioni deputate alla ricerca scientifica. Su questo esiste un nostro impegno preciso, a cominciare da flessibilità organizzative mediante quel dm ex art. 1 c. 2 della 240/2010 auspicato dalla stessa Corte.

Pertanto, accanto al meritorio processo di razionalizzazione delle partecipate, attualmente in corso, si rende necessario definire quali norme valide per le PA possano essere utilmente applicabili alle università o rappresentino semplicemente ostacoli burocratici al corretto svolgersi dell’attività didattica e scientifica, sulla base dei principi di autonomia sanciti anche dalla Costituzione.

Sul fronte degli spin off (che, come rileva la Corte, “spesso non hanno realizzato i risultati attesi”), l’eccessiva enfasi posta sulla necessità di implementare strutture imprenditoriali per il trasferimento tecnologico, può determinare delle perdite per gli Atenei, laddove questi si limitino ad inseguire una tendenza, magari eterodiretta dagli stakeholder, ma che richiede, in realtà, una scelta di carattere strategico assai complessa da parte degli organi di Ateneo e, in particolare, dei Dipartimenti, sulla frontiera della conoscenza, che ruota intorno alla dicotomia ricerca curiosity driven\sfruttamento economico e\o sociale dei risultati della ricerca, su cui ulteriori approfondimenti, anche da parte della letteratura scientifica, devono essere ancora svolti.

Nel ragionare sui criteri di reclutamento, dovremo certamente dedicare attenzione a chiarire quale ruolo debbano rivestire tutte le attività che definiamo di “terza missione”, alle quali l’ANVUR ha dedicato un’ampia riflessione tecnica in termini di misurazione delle prestazioni. Il problema tuttavia ha una dimensione certamente più ampia della mera metrica e ci investe della responsabilità di chiarire quali siano le responsabilità e i doveri dei nostri ricercatori nel rapporto con la società, in tutte le sue forme, dal trasferimento tecnologico alla divulgazione e in generale a tutte le dimensioni di interazione con i sistemi socio-economici.

In un momento nel quale è forte e crescente l’attenzione per la dimensione etica e di responsabilità sociale della ricerca e grandi aspettative si riflettono sulla capacità degli Atenei di contribuire alla crescita socio-economica dei territori, non è rinviabile una riflessione sul se e sul come ciò si debba riflettere nel sistema di incentivi dei ricercatori e sui conseguenti criteri di reclutamento da parte delle singole Università. Un importante riferimento può essere, in questa prospettiva, l’evoluzione del Research Framework Exercise inglese negli ultimi venti anni o le esperienze-guida come quelle olandesi o dei paesi scandinavi. 

Sul tema, molto approfondito dalla Corte, dei bilanci convengo assolutamente che l’introduzione del bilancio unico rappresenti un passaggio fondamentale per garantire anche la corretta applicazione del principio del costo standard di Ateneo, in funzione dell'FFO.

È molto importante il richiamo della Corte ad una corretta adozione del sistema di contabilità economico – patrimoniale, in particolare nella redazione del bilancio preventivo economico, laddove sono maggiori i margini di discrezionalità nella definizione delle previsioni di costi e di ricavi (ad esempio per ammortamenti, svalutazioni, plusvalenze), rispetto alle dinamiche tipiche del bilancio finanziario.

La contabilità economica dovrebbe essere uno strumento di supporto per una corretta rappresentazione della realtà economica dell’Ateneo, ma potrebbe avere risvolti pericolosamente critici in fase autorizzatoria per gli Atenei con maggiori difficoltà.

La Corte suggerisce di incrementare l’FFO e di liberalizzare le tasse universitarie per gli studenti fuori corso, per gli iscritti alla laurea magistrale e per coloro con ISEE superiore ai 30.000 €. Bisogna considerare che l’Italia deve recuperare nel numero di laureati rispetto alle medie europee e OCSE e sarebbe sicuramente un bene concentrarsi sull’incremento dell’FFO, perché l’indebolimento del ceto medio potrebbe portare le famiglie a disincentivare lo studio universitario, a fronte delle difficoltà finanziarie dei giovani nuclei famigliari. La politica del governo è sia sul fronte dell'orientamento sia su quello del diritto allo studio molto determinata. Ci tornerò fra poco. 

Il dato drammatico sul calo dell’FFO dal 2008 è parzialmente attenuato dalla progressiva crescita di fondi dal 2015 e richiederebbe un “patto costituzionale”, garantito anche dagli organismi comunitari, da parte di tutte le forze parlamentari a continuare questo sforzo incrementale, a prescindere dalla maggioranze esistenti.

Intanto, nel 2018, rispetto all’anno obiettivamente peggiore dal punto di vista delle risorse – il 2015 -, l’FFO tornerà a crescere circa del 6,4% grazie a quasi mezzo miliardo in più.

La Corte, infine, invita a riflettere sulle finalità perequative e sul meccanismo del costo standard al fine di renderlo più efficiente rispetto agli obiettivi ministeriali, e, in generale, apprezza gli sforzi fatti con il perfezionamento del modello FFO, anche in ottica di stabilizzazione dei parametri. Nel prossimo decreto per il 2018, congiuntamente con il nuovo dpcm sul reclutamento, terremo sicuramente conto di questi suggerimenti.

Le spese delle Università statali sono diminuite da 13,5 miliardi nel 2008 a 11,7 miliardi nel 2015. La contrazione maggiore è dovuta chiaramente alla riduzione della spesa per il personale. La composizione del corpo docente è profondamente modificata rispetto al periodo pre-riforma: si è passati dalla cosiddetta forma a clessidra all’attuale modello piramidale con una base, però, ancora troppo assottigliata, per garantire un adeguato corpo docente nel tempo, rispetto agli indicatori europei.

La Corte sottolinea una soddisfacente solidità economica nel corso del 2015, grazie al netto miglioramento degli indicatori di sostenibilità economica negli ultimi cinque anni. Condivido questa impressione che è il frutto di una azione valutativa incisiva.
Nei primi tre esercizi, le chiamate si sono concentrate su coloro che avevano conseguito l’idoneità ai sensi della legge 210 del 1998. Dal 2014, comincia una crescita delle chiamate di studiosi, in possesso di ASN, provenienti da Atenei diversi da quelli che bandiscono, ma il fenomeno, secondo la Corte, è ancora modesto.

Minore risulta la tendenza a reclutare candidati in possesso di ASN provenienti da altri Atenei, anche per il meccanismo dei punti organico che tende a favorire le chiamate del personale già strutturato nell’Ateneo in quanto suscettibili di assorbire una quota minore di “punti organico".

Rispetto a queste situazioni è importante rilevare che le misure dell’FFO 2017 sono nettamente improntate a una forte incentivazione delle chiamate esterne, articolate attraverso differenti interventi. Stiamo anche provando a liberalizzare ancora di più lo strumento della ripartizione dei punti organico. Obiettivo: agevolare il turnover e accelerare l'ingresso dei giovani.

Certo, il panorama europeo delle discipline, come noto, è estremamente semplificato. In Italia l’attuale architettura delle discipline, articolate negli oltre 200 settori scientifico-disciplinari (SSD), è obiettivamente arcaica, rigida e pletorica. Rischia di penalizzare il sistema nazionale, isolandolo dai percorsi internazionali di mobilità dei talenti, e rappresenta un formidabile ostacolo per radicare definitivamente il nostro sistema nazionale nello Spazio Europeo della Ricerca e dell’Alta Formazione.

Più in generale stiamo riflettendo a interventi di natura etica sul sistema che meritano qui di essere rilevati.

È stato appena varato il nuovo Piano Anticorruzione ANAC che include, nel pieno e doveroso rispetto delle autonomie universitarie, stringenti raccomandazioni anche per le modalità di assunzione negli Atenei. Piano alla cui redazione hanno collaborato, assieme all’ANAC e al MIUR, gli studenti, la CRUI, il CUN e il CODAU. In un sistema sano che, come accennavo all’inizio, non meriterebbe campagne denigratorie tanto aggressive, è opportuno ribadire quali debbano essere le opportune linee d’intervento: per questo emanerò un apposito documento rivolto alle autonomie universitarie per aiutare a intervenire nei punti più a rischio del sistema; per prevenire opacità, illegalità e discriminazioni e per consolidare buone pratiche di trasparenza e di correttezza.

Sul piano dell'efficacia formativa è bene notare come il numero degli immatricolati nell’a.a. 2105-2016 è di 276.000 unità (+ 2% rispetto all’anno precedente). Si è interrotta la fase di decrescita, iniziata nella metà dello scorso decennio. Come per gli immatricolati, anche il dato sugli iscritti registra nel quinquennio considerato (2011-2016) un progressivo incremento nelle classi di età più giovani.

Continua anche a ridursi il numero di corsi di studio degli Atenei (-22% rispetto all’ a.a. 2007/2008), con il Sud sopra la media nazionale (-22,5%) e il Nord al di sotto (-17,1%); nel Centro -28,2%. E continua a ridursi anche il numero dei comuni sede decentrata degli Atenei (da 162 nel 2006/2007 a 110 nel 15/16).

Sono dati da apprezzare oltre al fatto che la “rivoluzione del 3+2” è ormai un fatto compiuto in tutta Europa. Il Rapporto “Eurydice 2015” riporta infatti che: «in più di un terzo dei Paesi che costituiscono lo spazio europeo dell’alta formazione (EHEA) il modello di Bologna è completamente realizzato […]; per un altro terzo più dell’89% degli studenti è inserito nel processo a tre cicli. Nei Paesi restanti - con l’eccezione della Svizzera (63,2%), Germania (61,9%), Austria (61,5%) e Spagna (47,9%) - più del 70% degli studenti sono iscritti ai programmi distribuiti in tre cicli». È una questione, per certi versi, da riprendere esclusivamente in rapporto all’efficacia dei percorsi formativi.

Diciamo pure che il nostro Paese si è sottoposto a una “cura dimagrante” molto dura che ha ridotto considerevolmente il numero dei corsi di studio grazie a un sistema di accreditamento molto rigoroso, anche se bisognoso di ulteriori aggiustamenti. Il numero dei corsi aveva raggiunto un valore massimo di 5.879 corsi nell’anno accademico 2007/2008, per poi ridursi drasticamente. Dall’anno accademico 2008/2009, infatti, si è registrato un calo del 28,7% per i corsi di primo livello, del 17,4% per i corsi di secondo livello. La politica formativa, grazie alle nuove regole (non ultima l’applicazione del costo-standard), si è progressivamente spostata dal focus sul docente al focus sullo studente. Giova ricordarlo quando si accusa l’Università italiana di sprechi, secondo il noto principio del “fuscello” e della “trave”.

Il recente documento OCSE, di aprile 2016, “Getting skills right”, nella parte relativa al nostro Paese, evidenzia come in Italia, a fronte di un 21% di occupati sotto-qualificati e di un 6% privo delle competenze adeguate all’occupazione svolta, vi è un 18% di occupati sovra-qualificati ed un 12% di personale provvisto di competenze superiori a quelle necessarie per la propria occupazione.
Le statistiche dell’OECD dimostrano con grande nettezza che il tasso di occupazione è influenzato dall’organizzazione stessa delle filiere dell’educazione superiore (o terziaria) e che, se le percentuali di impiego (relativamente positive) dei laureati tradizionali risultano simili fra i Paesi più avanzati (così, ad esempio, Italia, Svizzera, USA e Germania), l’assenza di segmenti intermedi nei settori della tecnologia più avanzata impatta sulla disoccupazione giovanile.

Le diverse analisi concordano nell’affermare che una delle principali cause di tale preoccupante gap sia la struttura dell'offerta formativa che sconta la “storicamente” scarsa presenza di percorsi professionalizzanti, strettamente integrati con il mondo economico e produttivo, volti a valorizzare tanto il capitale umano quanto il sistema produttivo dei territori.

Questo è il motivo perché proprio ieri ho varato il DM correttivo dell'art. 8 del DM 987/2016 in materia di lauree professionalizzanti. Assieme alle nuove linee guida abbiamo ora uno strumento che ci permette di allineare, assieme agli ITS, il nostro sistema al quadro europeo.

La Corte segnala che vi è un ritardo nel completamento del quadro ordinamentale attuativo della legge 240 in materia. Stiamo recuperando coi provvedimenti sul fabbisogno regionale e sui collegi di merito.

Sulle politiche del diritto allo studio occorre incidere con maggior forza e con più decisione. Nel 2015 l’allora Consiglio nazionale degli Studenti Universitari pubblicava, per la prima volta, un corposo e utilissimo “Rapporto sulla condizione studentesca”. Nel quale si sottolineava innanzitutto che (cito) «è quanto mai necessario in un momento come quello attuale potenziare l’investimento sul Diritto allo Studio che per moltissimi studenti e studentesse rappresenta l’unica possibilità per poter intraprendere un percorso universitario». E si aggiungeva come fosse «imprescindibile partire da questa analisi e comprendere come, ad oggi, il Paese si trovi in una condizione economica tale da rendere prioritario garantire e tutelare i diritti degli studenti». Parole quanto mai opportune.

Il Governo è tornato a investire sul DSU: ha stabilizzato il Fondo Integrativo a 226 milioni di euro, nell’attuale Stabilità, che per un decennio ha continuato a oscillare entro una forbice di quasi un centinaio di milioni di euro; ha creato la no tax area al di sotto dei 13.000 euro di ISEE; ha avviato politiche coordinate di orientamento.

I primi segnali di inversione di tendenza da parte delle famiglie discendono da questa politica: i dati dicono che nel 2015-2016 gli iscritti erano 1.641.696; nel 2016-2017 sono diventati 1.682.904. Fortunatamente è aumentato anche il numero di laureati: 302.073 nel 2015-2016; 305.265 nel 2016-2017.

La copertura del DSU nel 2014-2015 era ancora del 73,89% nel rapporto fra studenti idonei e studenti beneficiari. Dal 2015-2016 si è stabilizzata al 90%. Ovviamente non basta, ma è una crescita che non possiamo non rilevare con soddisfazione. Come dobbiamo sottolineare che il MIUR ha finalmente sbloccato l’Osservatorio per il Diritto allo Studio, ha disciplinato le procedure per il riconoscimento dei Collegi di merito, ha determinato i nuovi fabbisogni regionali d’accordo con la Conferenza delle Regioni.

La Corte sottolinea gli importanti sforzi effettuati per invertire la rotta degli scarsi finanziamenti alla ricerca pubblica e privata. Rimanda alla documentazione ANVUR, per le analisi sulla VQR che, comunque, non critica.

La Corte evidenzia inoltre che, a fronte della riduzione dei trasferimenti da FFO, negli ultimi anni, si è riscontrato un buon andamento nella partecipazione a bandi europei e una crescente capacità di acquisire fondi dal mondo privato.

L’Italia, come sapete, è ottava al mondo per numero di pubblicazioni scientifiche, più di 1.200.000 pubblicazioni complessive nel periodo 1996-2014. Se, invece di guardare al numero assoluto di pubblicazioni, lo si rapporta al totale degli investimenti in R&S, l’Italia balza al terzo posto della classifica mondiale, superando anche gli USA e dimostrando un’ottima capacità di impiego delle risorse disponibili.

Purtroppo però, i numeri dicono che, rispetto agli altri paesi d’Europa, grandi o piccoli, del nord o del sud, i ricercatori che operano nel settore pubblico e in quello privato, in Italia, sono complessivamente pochi.

Le persone impiegate in attività di Ricerca e Sviluppo, inclusi i tecnici, sia nel pubblico che nel privato, sono circa 246.000, un numero troppo basso rispetto al fabbisogno e al confronto europeo (dati ISTAT 2015). In particolare fra questi i ricercatori italiani nel settore pubblico, misurati come “equivalenti a tempo pieno”, sono 120.700, un terzo dei tedeschi (358.000), meno della metà dei francesi (268.000) e degli inglesi (290.000), e meno anche degli spagnoli, che sono 122.000, per non parlare dei giapponesi (662.00) o dei coreani (356.000).

Con riferimento agli obiettivi di miglioramento indicati e auspicati dalla Corte vorrei a questo punto avanzare qualche precisazione che spero sia utile. 

Rispetto alle criticità dell’offerta formativa, a parte l’indispensabile riforma sia dei settori scientifico-disciplinari e la semplificazione delle tabelle dei corsi di laurea, incluse le nuove Lauree professionalizzanti, il nostro intento non è solo quello di lavorare a una riforma dei meccanismi di accreditamento (iniziata ma non conclusa con l’AVA 2.0 dell’ANVUR). È la strategia politica nel suo complesso che è cambiata, direi a 180 gradi.

Non si tratta più di puntare sulle sole questioni procedurali, ma di “aggredire” direttamente il problema dalla parte degli studenti. Incrementare il Fondo Integrativo Statale (il FIS), che a oggi, con la Legge di Stabilità per il 2018, è fissato a 227 milioni di euro, ma speriamo possa crescere nel corso dell’iter parlamentare). Intervenire sulle immatricolazioni a favore delle famiglie in difficoltà, con la misura rivoluzionaria della no tax area sotto i 13mila euro di ISEE e “addolcendo” le tasse e contributi comunque fra i 13mila e i 30mila euro di reddito (105 milioni di euro in più a regime sull’FFO). Promuovere una “buona politica” di orientamento coordinato a livello regionale e fissare, com’è stato appena fatto, i nuovi parametri per l’accreditamento dei Collegi di merito e per i fabbisogni regionali sul Diritto allo studio. Rammento che anche quest’anno verrà attivato il Piano Lauree scientifiche (con circa 3 milioni di euro) e l’incentivazione per specifici corsi d’interesse nazionale e comunitario con un inedito parametro volto a favorire le iscrizioni al femminile agli STEM.

Assieme a CUN e CRUI stiamo lavorando per impiegare al meglio i fondi della precedente Stabilità destinati all’orientamento (5 milioni di euro) coordinandoli anche con quelli del PON-Istruzione per un’azione che sia più capillare, più efficace, più efficiente.

Quanto alla questione finanziaria, la strategia anche qui è mutata rispetto al passato. Le esigenze del contenimento della spesa pubblica (e del contenimento del debito, soprattutto) importano finanziamenti all’altezza dell’autonomia responsabile degli Atenei. Misure d’incremento sì, ma vincolate a politiche di sviluppo. E non più disancorate da qualunque indicazione strategica. Le due priorità (oltre a quella delle politiche per gli studenti già segnalata) sono: la valorizzazione del merito, anche frutto di una inedita negoziazione fra singoli Atenei e MIUR come nell’ultimo Piano triennale; il capitale umano di cui dirò fra pochi secondi a proposito della criticità per il reclutamento.

Di qui i maggiori finanziamenti in passato riservati alla quota premiale e ora ai cosiddetti “Dipartimenti di eccellenza” che, con 271 milioni aggiuntivi dall’1.1.2018, consentiranno ai molti centri di prestigio del nostro sistema un vero e proprio “salto quantico” sul piano delle risorse nel prossimo quinquennio.  Il risultato di queste politiche è sotto gli occhi di tutti. A oggi nel 2018, rispetto all’anno obiettivamente peggiore dal punto di vista delle risorse – il 2015 -, l’FFO tornerà a crescere del 6,41% grazie a quasi un mezzo miliardo in più (per la precisione +442 milioni di euro): si passa infatti dai 6.909 milioni del 2015 ai 7.351milioni del 2018.

Infine il reclutamento. La linea del Governo anche qui è molto chiara e coerente. Incrementare quel numero di ricercatori che possono aiutare a migliorare la qualità e i risultati del nostro sistema degli Atenei, anche sul fronte del reperimento dei finanziamenti esteri. Un primo piano per i ricercatori di tipo B venne finanziato nel 2015 con 5milioni di euro dell’ “emendamento Cattaneo”, cui seguirono, nel 2016, 861 nuovi posti e, ora, altri 1.297 posti sempre di ricercatore di tipo B destinati alle Università (i 300 sono per gli EPR). A queste si aggiungono le misure incrementali per il rientro dei cervelli e per la mobilità sull’FFO 2017 (14 milioni di euro) e quelle che sono state stanziate nel PNR 2015-2017 per attirare i grants ERC in Italia (con un finanziamento aggiuntivo che arriva a 600mila euro nel quinquennio).

Un ultimo, doveroso cenno al capitolo dei dottorati di ricerca. Il quadro degli accreditamenti è sostanzialmente positivo. Secondo il rapporto ANVUR 2016 (cito) «la qualità dei collegi dei docenti, misurata sulla base delle valutazioni effettuate sui prodotti della ricerca che i membri dei collegi hanno sottoposto alla VQR 2004-2010, è sensibilmente migliorata nel 2014, mentre si è stabilizzata nel 2015. Infine, gli studenti ammessi ai corsi successivamente alla riforma sono caratterizzati da un abbassamento, seppure lieve, dell’età alla laurea. La percentuale di iscritti ai corsi di dottorato provenienti da altri atenei o dall'estero, pur in lieve aumento, rimane insoddisfacente». Il numero dei dottorati ha subito una flessione notevole passando da 1.570 ancora nel 2012 a 910 nel 2015. Il finanziamento è rimasto grosso modo lo stesso (quest’anno sarà di 140 milioni di euro). A questi si aggiungono i finanziamenti stanziati sul nuovo PON che permetteranno l’aggiunta di ulteriori 42 milioni di euro per i dottorati “innovativi” del XXXIII ciclo nel Mezzogiorno (in questo momento in valutazione ANVUR). E altri 56 milioni per il XXXIV nel 2018.

Una criticità che è stata più volte indicata è quella della progressiva erosione dell’importo reale della borsa a seguito, soprattutto, dei nuovi coefficienti INPS. Le borse sono finanziate mediante un D.M. che ha esattamente dieci anni. Il Governo ha ora inserito in Legge di Bilancio un finanziamento aggiuntivo di 15 milioni di euro vincolato all’incremento delle singole borse, incremento che mediamente sarà di circa il 10% mensile. Per venire incontro alle esigenze che i dottorati (soprattutto, anche se non esclusivamente) di area umanistica hanno più volte manifestato, con il pieno accordo di ANVUR, stiamo rivedendo alcuni aspetti e criterî del Decreto Ministeriale 8 febbraio 2013, n. 45. In modo particolare, il numero di borse indispensabili per attivare convenzioni interuniversitarie.

Queste, in sintesi, le terapie del Governo cui altre se ne aggiungeranno nel percorso della Legge di Bilancio per il 2018. Se la coniughiamo con quanto è stato fatto per la ricerca industriale (col bando dei 500 milioni dei Cluster Tecnologici Nazionali a luglio), per la nuova autonomia degli EPR (varata col D.lgsl 218/2016) e per la ricerca blue sky (con l’emanando avviso per un PRIN da 400 milioni di euro), si può ben dire che si respira un’aria nuova sia per la “U” sia per la “R” del MIUR.

Ringrazio la Corte per il costante impegno con cui segue le attività del nostro Ministero. E ringrazio per questo importante documento che ci consente fin da subito di impostare politiche rigorose, efficaci ed efficienti all'altezza delle aspettative del Paese e delle famiglie delle migliaia di ragazze e ragazzi che si accostano con speranza e fiducia al sistema universitario. Il loro futuro è il futuro dell'Italia.